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Ombraluce - Capitolo 1
di Gatto NineNineNine   

  Ombraluce - racconto (o storia, un racconto online di libera lettura, gratis) sognato e scritto da Gatto NineNineNine  

Nuovo Racconto di Gatto NineNineNine: Ombraluce.

"Era una bella giornata, né troppo calda né troppo fredda, il clima giusto, per un primo giorno all’istituto ..."

         

OMBRALUCE

Capitolo 1

          

Ombraluce - Capitolo 1

Ombraluce - Capitolo 2

Ombraluce - Capitolo 3

Ombraluce - Capitolo 4

Ombraluce - Capitolo 5 finale 

 Ombraluce - racconto (o storia) sognato e scritto da Gatto NineNineNine

Era una bella giornata, né troppo calda né troppo fredda, il clima giusto, per un primo giorno all’istituto.

I fiori del giardino si stavano appassendo e le foglie degli alberi, fino ad ora verdi e rigogliose, stavano iniziando a seccarsi, tingendosi di quei colori caldi che una volta cadute dai rami, fanno tanto pensare ad un mare infuocato, tutto giallo, oro e rosso. Segno che l’autunno era alle porte.

Al centro di quel giardino, come facesse da scudo al mondo esterno, Jas dormiva fra le pareti di casa sua pur essendo già le otto e mezza del mattino, come suo solito non si era degnata di dar ascolto alla sveglia e probabilmente sarebbe arrivata tardi anche quella mattina.

Arrivare tardi all’istituto il primo giorno l’avrebbe probabilmente già penalizzata davanti agli altri compagni del suo corso, etichettandola così fin da subito quale ‘ritardataria’ del gruppo. In fondo però a lei cos’importava, aveva un bel caratterino e non si sarebbe fatta mettere i piedi sopra la testa da nessuno, figuriamoci da nove altri sconosciuti. Aveva sempre avuto un modo di fare un po’ brusco, mascolino, aveva sempre da dire la sua riguardo a qualsiasi argomento e se c’era qualcosa da fare, era sempre stata la prima ad offrirsi, tutta contenta per la propria audacia. Aveva sempre il sorriso stampato in faccia, era difficile vederla triste e quasi impossibile vederla piangere. Questo non vuol dire però che la ragazza avesse avuto una vita facile, anzi, per i suoi primi sedici anni di esistenza, aveva dovuto affrontare diversi problemi. Jas era stata adottata, e con lei, anche suo fratello minore, Mats. I genitori adottivi non erano mai stati … adatti a quel ruolo, erano già troppo anziani per prendersi cura di due bambini quando erano stati portati via dall’orfanotrofio ed occuparsi di un neonato e di una bimba di poco più di cinque anni si era rivelato essere troppo per i poveri signori Ester. Certo loro non ne avevano colpa, avevano sempre desiderato dei bambini ed era giusto che dopo anni ed anni di tentativi ci fossero riusciti, ma era un lavoro troppo faticoso per due persone di quell’età.

I due crescevano, imparando a prendersi cura di se stessi senza aiuto alcuno. Certo non era stato facile, soprattutto per Jas che doveva occuparsi anche del fratello, ma alla fine ce l’avevano fatta, i primi giorni erano stati i più duri ma col tempo avevano acquisito destrezza in qualsiasi cosa facessero, dal preparare il tè la sera al rimboccare le coperte la mattina seguente, fino ad imparare ad andare in bici o camminare da casa fino al mercato e comprare tutto il necessario. Questo li aveva portati a crescere in fretta, e adesso che erano tutti e due dei ragazzi, badare a se stessi era diventata una sciocchezza.

Suonò la seconda sveglia, dopo una mezz’oretta. Erano già le nove e probabilmente erano già tutti all’istituto, beh, tutti tranne Jas.

Si rotolò fra le coperte mugolando qualcosa con la faccia tra i cuscini e dopo essersi stiracchiata e liberata dal groviglio in cui si era cacciata lei stessa, scese dal letto.

Appena voltò lo sguardo verso l’orologio appeso alla parete opposta, resasi conto dell’orario, corse verso la cucina, prese velocemente una fetta biscottata con la marmellata di ciliegie, quella che amava tanto, e nell’altra mano, la spazzola. Per poco non si mangiò quest’ultima invece della fetta biscottata e ridacchiò. Finito di spazzolarsi i capelli, fino a quel momento aggrovigliati fra loro, ora diventati lunghi le ricadevano in onde ben sistemate sulle spalle, proprio come piacevano a lei, arrivò a grandi passi all’armadio. Prese alla svelta un paio di pantaloni ed un maglione, senza neanche guardare cosa si metteva, allacciò le scarpe e si guardò un’ultima volta allo specchio. Li odiava quegli occhi neri senza nessuna sfumatura, erano come due puntini scuri in un disegno, due gocce d’inchiostro cadute lì, per caso.  Sistemò un ciuffo che le era andato davanti al naso e prese lo zaino.

“Mats, l’istituto non aspetta nessuno sei pronto?” chiamò Jas.

Mats spuntò da dietro la porta dell’ingresso e mettendo una mano sulla spalla della sorella sussurrò: “Ti ricordo mia cara che sei tu, quella che fa sempre tardi.”                                                                                                   

Ridacchiarono entrambi e si corsero veloci verso la strada centrale,  diretti all’istituto.


Nel frattempo, dall’altra parte della città, Lion era appena sceso di casa e si stava dirigendo verso la fermata degli autobus.

Il bel tempo non sembrava essere arrivato fin laggiù. Delle nuvole scure sovrastavano la via e i palazzi attorno. Sembrava potesse piovere da un momento all’altro ma nonostante le raccomandazioni della madre di quella mattina, Lion non aveva preso l’ombrello. Naturalmente, come sempre, non  le aveva dato ascolto, era una specie di punizione, no, punizione non era il termine giusto, era più una promessa che aveva fatto a se stesso, un modo per far pentire sua madre. E il ragazzo aveva anche tutte le ragioni di farla pentire, beh, almeno dal punto di vista di un sedicenne che si vede portar via il padre. I suoi genitori litigavano ormai da mesi, anche per le cose più piccole. Ma non erano quei litigi che in poco tempo si risolvevano e ognuno si rendeva conto di quanto la cosa si stesse in realtà ingigantendo, no, erano quei litigi che scoppiano dal nulla, che usano ogni pretesto possibile per andare avanti, e così, alla fine, i due si erano lasciati.

Ma non era questo che aveva fatto scattare in Lion la scintilla. Certo, aveva pianto per giorni e si era rifiutato di mangiare o dormire, continuava a darsi la colpa di tutto e non capiva perché fosse andata a finire così. Era stato un brutto, bruttissimo colpo per lui. Così contento per iniziare finalmente una nuova avventura all’istituto, si era ritrovato a non avere più due genitori, tutto da un giorno all’altro, senza alcun senso, senza nessuna spiegazione. L’aveva cambiato.

Ma come ho detto, non è stato questo a spingerlo ad ignorare completamente la madre. Nel giro di pochi giorni aveva capito che non era lui la causa del divorzio, bensì proprio lei, sua madre. Diceva di essersi innamorata di un altro, di non poterci fare niente, era il cuore che la guidava.

A quel punto Lion andò fuori di sé, come poteva dopo anni ed anni, sua madre, dire una cosa del genere? Più che andare fuori, il ragazzo si chiuse in sé. Si tenne tutto dentro, rabbia, odio, tristezza.

Era cambiato, non era più il Lion di una volta, il ragazzo allegro e con la battuta sempre pronta, era diverso, forse cresciuto, forse solo peggiorato.

E così aveva iniziato ad odiare profondamente la madre decidendo di fargliela pagare semplicemente ignorandola. La donna, conoscendo bene il figlio, si era resa conto che la cosa non sarebbe durata affatto poco, era per lei la peggiore condanna, non essere compresa dal figlio, ma in fondo cosa doveva fare? Il ragazzo aveva tutte le ragioni per comportarsi in quel modo.

Così, quella mattina, lungo il viottolo della fermata dell’autobus, pioveva, e Lion se ne stava seduto, senza ombrello a fissare un punto lungo la strada, non pensava a niente in particolare, tranne che forse ad una frase, che aveva letto da poco in un libro, quella mattina, prima di uscire, si era svegliato presto per leggere un capitolo prima di prepararsi. Quella frase parlava un po’ di lui, ripensandoci, diceva proprio, “non piango perché piove ma piove perché piango.” O qualcosa del genere. E lo ritenne buffo, per quanto buffa potesse essere quella situazione, di ritrovarsi in una frase così triste. Adesso non guardava più il viottolo, ma si fissava le mani, le punta delle dita, così consumate e macchiate d’inchiostro. Non aveva fatto altro che disegnare in quei giorni, lo trovava un modo perfetto per sfogarsi, dopo tutto aveva bisogno di un po’ di sfogo. Gli era sempre piaciuto disegnare, la sua camera era piena di disegni, in ogni angolo. “ L’unica parte di me rimasta” pensava ogni tanto guardandoli. Ma ora non doveva distrarsi pensando a sua madre. Non era neanche più sicuro di volerla chiamare così. Ora doveva pensare al suo primo giorno all’istituto. Già, quello sarebbe stato il suo primo giorno. Il suo sogno si stava avverando, tutto quello che aveva sempre sognato, adesso si stava avverando. Guardò un’ultima volta in basso, lungo il ciottolato. Ora si era formata una grande pozza sotto di lui, “deve piovere tanto” pensò, come se non sentisse le gocce di pioggia che gli battevano insistenti sul collo nudo. Nella pozza sotto di lui vide per un attimo il suo volto, bianco pallido, sembravano essere pallidi anche gli occhi, di un grigio così chiaro che si notava poco, anche in quel riflesso, se non fosse stato per le ciglia, un po’ perché erano bagnate, un po’ perché aveva sempre avuto lunghe ciglia nere, di un nero scuro come non ne aveva mai viste, ma non si era mai soffermato molto sui particolari. Lion non aveva mai osservato se stesso. In fondo perché neanche gli importava, di come appariva.

In quel momento, mentre si contemplava, arrivò il bus.

Salì, diretto verso l’istituto.


Jas pensò che la vita all’istituto le sarebbe piaciuta, un grande viale alberato, anch’esso si stava tingendo di quei colori autunnali che sia lei che Maths amavano tanto, il quale finiva in un’entrata imponente, decorata con varie finestre oscurate dalla polvere, una grande porta in legno dall’aspetto massiccio e dietro un lungo corridoio che portava alle classi principali. Non c’era anima viva, probabilmente erano già tutti dentro, per l’ora tarda pensò Jas.

Maths, per fortuna della sorella, che era troppo agitata per affrontare quella prima giornata all’istituto da sola, si era preso un giorno libero dalla scuola per accompagnarla. Jas non rimpiangeva per niente la vecchia scuola, era da tutta la vita che sognava di iscriversi all’istituto. La scuola era obbligatoria per tutti i bambini del paese, ma una volta raggiunta l’età dei sedici anni, ognuno doveva scegliere. La scelta era molto ampia, si poteva decidere di continuare gli studi, con altre scuole, di intraprendere immediatamente un lavoro, o di iscriversi all’istituto. In realtà nessuno sapeva bene cosa fosse questo istituto, chi ne usciva o chi ne faceva parte era obbligato a non dare troppe informazioni su di essa, molti infatti si spaventavano di questo, e scettici, mandavano i propri figli in altre scuole o direttamente a guadagnarsi da vivere con qualche lavoretto. Infatti erano pochi gli iscritti soprattutto negli ultimi anni, ma le persone che dopo qualche anno uscivano da lì, erano completamente diverse, lo si vedeva anche da come camminavano, anche solo dallo sguardo. Questo istituto quindi era rimasto un mistero per tutti, iscriversi lì, era come fare un salto nel vuoto ad occhi chiusi, ma una cosa era sicura, se lo sceglievi, non te ne saresti pentito.

Molto spesso i genitori guidavano le decisioni dei figli lontano da esso, ma nel caso di Jas, beh, lei aveva scelto da sola, come aveva sempre fatto, del resto.

 Ombraluce - racconto (o storia) sognato e scritto da Gatto NineNineNine 

Così, avviandosi a grandi passi verso il portone, entrò dentro. Il corridoio era spazioso, ai due lati c’erano diverse stanze, ognuna con un titolo diverso. Titoli molto strani, sembravano quasi parole messe lì per scherzo, che con una scuola non ci azzeccavano niente. Parole come: “aula di volo”, “aula d’incanto”, “stanza ombraluce” e via discorrendo. Gli occhi di Jas si posarono proprio su quest’ultima, “stanza ombraluce” mentre si sforzava per per dare un senso a questo titolo, Maths le pichiettò la spalla con un dito, “Jas, Jas, non siamo i soli, guarda, prova a chiedere a lui dove dobbiamo andare.”

Il fratello aveva ragione, non erano soli.

Non lontano da loro, c’era un ragazzo, a vederlo così dimostrava qualche anno in più di Jas, ma anche lui guardava stranito quelle insensate insegne, segno che era nuovo anche lui.

“Ehi, senti, scusa … non so dove devo andare e credo di essere in ritardo alle lezioni, per caso puoi aiutarmi? Ah, io sono Jas, piacere.”

Il ragazzo posò i suoi occhi grigi su quelli della ragazza, senza rispondere, continuò a fissarla per un po’, senza dire nulla. Jas pensò che era un po’ bagnato, chissà cosa gli era successo, aveva la maglietta attaccata alla pelle e i capelli lisci e fradici di acqua, ma non sembrava neanche farci caso.

Dopo un po’ abbassò lo sguardo e disse a voce bassa: “Sono nuovo anche io. Devi scegliere una stanza, sei tu che decidi chi essere io non posso aiutarti, Jas. Piacere, io mi chiamo Lion.”

E così, dopo che il ragazzo entrò silenziosamente verso la porta della “stanza ombraluce”, Jas si girò ancora una volta verso suo fratello e poi girò il pomello, sorrise a Mats ed entrò.

“Ci vediamo stasera Mats, augurami buona fortuna.”

“Buona fortuna Jas.” Disse il fratello, che ridacchiando uscì.


Continua …


 

Scritto da Gatto NineNineNine

primi di Dicembre 2013

 

Ombraluce - Capitolo 1

Ombraluce - Capitolo 2

Ombraluce - Capitolo 3

Ombraluce - Capitolo 4

Ombraluce - Capitolo 5 finale 

 

La foto utilizzata è stata scattata al Castello Aragonese di Ischia, se sei curioso e vuoi saperne di più vai a vedere QUI .  

 


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